"L'elisir d'amore": note di regia

foto: Priamo Tolu

Elisir, Elisir! Malincomico Elisir!

note di regia a cura di Michele Mirabella

Giacché a me per tua gentilezza lasci la scelta della
dedica dell’Elisir d’amore, io te ne sono graditissimo,
e questa sia Al Bel Sesso di Milano... chi più di quello
sa distillarlo? Chi meglio di quello sa dispensarlo?

Così Donizetti in una lettera al Ricordi. La raccomandazione non fu accolta, tuttavia a noi resta la maliziosa noterella diaristica del Maestro che rende omaggio a quel ritaglio ambrosiano dell’eterno femminino in dedica di una delle più belle opere dell’Ottocento. Opera comica? Opera ‘malincomica’, mi verrebbe da inventare.
Cupìdo musico va bighellonando tra campi e frutteti, vigne e mietiture in un panorama georgico attempato e imborghesito dalla Rivoluzione, con fittavole che hanno letto e leggono i cicli cavallereschi, ma, forse, anche il Diderot dei Gioielli indiscreti contaminati dalle Liaisons dangereuses di Choderlos de Laclos. Intorno ciondola la sfacciata curiosità di contadini smaniosi di frequentare saloni e boudoirs, ma pure, almeno, avventure letterarie, viste le preclusioni classiste per quelle reali e il soverchio di dogane e confini. Al centro di un immaginario che solfeggia patemi e burle, romanze e duetti civettuoli, lessico di vita quotidiana e soavità sentimentali, la complessità del racconto d’amore è ariosamente contrappuntata dalla malinconia inquieta di personaggi nella più ombreggiata età di transizione della modernità. Qui fiorisce l’amore di Nemorino per Adina con una grazia petulante ma deliziosa. Il suo cuore è agitato da un sentimento nuovo e diverso, che lo distingue insieme a lei, ad Adina, come persona in mezzo a un palcoscenico-piazza popolato ancora di figure melodrammatiche. Tra queste, spicca graziosamente la bella e soave Giannetta, maliziosa ricamatrice di trame paesane e impenitente attizzatrice di ricami erotici, aggirandosi tra il maestoso gorgogliante mulino e la taverna piena di risa.
E nella piazza paesana, nella minuscola agorà della quiete e delle smaniose vigilie di festa, con casette civettuole, botteghe e balconi illuminati, la scorribanda del piazzista di sortilegi, magie e miracolosi elisir, sembra preannunciare slabbrature e sconfinamenti macroscopici e il profilarsi dell’immane foro mediatico, rimbombante delle petulanze catodiche di Dulcamara agguerriti e feroci, ansiosi di arraffare quarti e quinti poteri.
Montesquieu ha già scritto da tempo Lo spirito delle leggi Adina non l’ha ancora letto, ma il figlio che Nemorino progetta con lei lo farà avidamente. Qui i ciarlatani s’industriano per tirare a campare, gelosamente accaparrandosi lussi discutibili come il vagabondaggio e un libertinaggio grassoccio e spudorato. Ma, almeno, gli Elisir sono blandi raggiri o, solo, buoni vini stagionati, anche se non efficaci come quello della Regina Isotta di cui Adina legge avidamente sorridendo deliziata. Wagner trarrà altre singolari conseguenze e altre partiture.
Sin dal primo terzetto, con Adina, Belcore e il coro, Nemorino parla una lingua sua («Un po’ del suo coraggio / Amor mi desse almeno!»), della quale gli altri capiscono poco o nulla. Tutti, tranne Adina, perché anche lei parla la sua medesima lingua. Chiunque, dotato di sensibilità musicale, capisce al volo che Adina non potrà mai amare un uomo che canta, come Belcore, «Son galante, e son sergente». Andiamo! Da tempo si sono sciolte le armate napoleoniche e sono stati congedati parecchi Capitan Fracassa. Ma resta la voce magnifica di questo galante arruolatore non privo di eleganza soldatesca che propone, in un’aria celebre, rimembranze omeriche dando del vezzoso a Paride seminatore di litigi coniugali e, come lui, impenitente flaneur. Tutto per conquistare l’arrendevole Adina in corsa per la promozione sociale, smaniosa libertina in vocazione, ma di lacunosa prassi e in sostanza destinata, come la sua ava Mirandolina, a convolare a giuste nozze riparatrici del conflitto tra le classi con il suo omologo di classe. Ma, se Adina è la discendente della Locandiera, sua madre ha, probabilmente, bazzicato tra le tricoteusesassiepate sotto la ghigliottina a vedere decapitare l’ancien regime e le pudibonde reticenze delle signorine. Ma la soave fittavola non è una svergognata, alla fine, e non resiste all’amore tenace e puro che le dedica quello che, forse, è stato il suo compagno di giochi in quella metafora perfetta che è la sterminata campagna dell’infanzia. Si lancia con sfacciato entusiasmo verso il suo domani, brinda con Dulcamara, piange la sua lacrima fatidica al momento e al punto giusto, in piazza, sotto le finestre ficcanaso di un notturno perfetto di luna nascente, e si dispone a lasciarsi conquistare, già arresa, da quel contadino che, dopo aver cantato, raggiante, la sua romanza celeberrima, sì preparerà al duro compito di far strada nel mondo. Del resto, il dolore di Nemorino non è scritto come un’astrazione teatrale, per azionare il dramma, ma rappresenta un sentimento vero, una passione frustrata, di speranza avvilita. Certo, non è che una congettura acrobatica, ma piace pensare che potremmo trovare il nipote di Nemorino tra i colori di aurora della Fiumana di Pelizza da Volpedo, tra quei contadini e quelle contadine del ‘Quarto Stato’ che marciano verso il sole dell’avvenire. Cosa potrebbe essere accaduto? Il melodramma ‘malincomico’ ha lasciato la piazza e la scena ad altri drammi. Ma è un capolavoro col suo umorismo struggente, con la sua ironica passionalità, figlio della vecchia opera buffa del Settecento, più che di Rossini. Basti contemplare e lasciarsi conquistare dalla musica assecondando i due protagonisti, a diverso titolo, prede di amore. Gli amanti di Donizetti appaiono impacciati e cauti l’uno verso l’altro, cantano e recitano a lungo prima di ritrovarsi uniti nella stessa musica, ma le asimmetrie dei loro cuori sono soltanto apparenti. «Qui, dove tutti t’amano», canta Adina, da ultimo, finalmente. II suo languore musicale si armonizza al batticuore di Nemorino, alfine reso intraprendente dalla disperazione più che dalle ribadite libagioni dell’elisir di Dulcamara. E alla fine è proprio lui, Dulcamara, il simpatico ciarlatano, a rubar la scena, com’è, forse, logico, perché la sua funambolica arte di arrangiarsi, d’imbrogliare, di ingegnarsi, venendo a patti con ogni onestà, pur di guadagnare, interpreta il genuino e incorreggibile carattere nazionale. Questo Donizetti lo sapeva benissimo. Oggi, però, possiamo onestamente ammettere che Donizetti non si sia deliberatamente avventurato nella profezia e nella critica ironica della società di massa ma, tant’è, di Dulcamara catodici, oggi in circolazione ve n’è, e come. E non simpatici come il forbito sciamano saltimbanco che convince Nemorino contadino di scilinguagnolo semplice e realistico che gli Elisir d’Amore esistono. Gli sciamani di oggi sono soffocanti e non cantano né suonano, né recitano. Anzi, fosse per loro, i teatri potrebbero anche restare chiusi. Per quel che gliene importa.

 

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