FIDELIO o la giustizia della musica: note di regia di Marco Carniti
FIDELIO o la giustizia della musica
note di regia di Marco Carniti
Come affrontare Fidelio oggi e non essere ipocriti?
Come possiamo credere che l’intervento di un deus ex machina possa davvero cambiare le cose?
Già in pieno Ottocento con Giuseppe Verdi vacillava quel positivismo, vicino agli ideali della Rivoluzione Francese, abbracciato da Beethoven.
Come raccontarlo oggi?
Rappresentare Fidelio comporta una responsabilità politica importante.
Ti obbliga ad affrontare la realtà per quello che è.
Ti mette a confronto con temi come giustizia, libertà, fratellanza, dignità umana.
Ti chiede di credere nel trionfo della positività dell’uomo.
Tutti valori, oggi, messi in discussione ed ancora in attesa di urgenti risposte.
Questo accade però se collochiamo Fidelio nella sfera del “dramma storico”, al quale dare necessariamente una collocazione temporale precisa.
L’opera, però, non ci parla di “storia”, ma di “idee” su cui fondare la storia: ideali, sentimenti.
Fidelio è un’opera filosofica che parla d’amore. Come atto civile supremo.
Una storia d’amore che ha come protagonista una donna che, per salvare il proprio uomo, mette a rischio la sua vita tanto da cambiare identità, per assumerne un’altra, totalmente teatrale, come mezzo per realizzare il suo obbiettivo: salvare il mondo dall’ingiustizia, attraverso la sola forza dell’amore.
Una storia che da “reale” si trasforma in “ideale”.
Dove il vero trionfo è quello della musica. E della sua essenza poetica.
Beethoven, in questo primo, unico e travagliatissimo esperimento, sembra comporre l’“ideale” di un’opera.
O, direi…, “non solo” un’opera…
Senza tradire la sua ispirazione sinfonica, porta la struttura drammatica verso se stesso, tanto da trasformare la drammaturgia in pura musica.
La storia, in melodia.
Fidelio è una storia politica che passa da una dimensione quotidiana ad una più assoluta, evocativa e poetica.
Ecco dove Fidelio si trasforma in un’opera simbolica.
Un Beethoven più vicino a Mozart che a Verdi.
Dove l’orchestra è la vera protagonista. Questa, con la sua forza evocativa e la complicità di cantanti, anche loro strumenti, ricrea un fiume sonoro che diventa espressione di sentimenti assoluti.
Tutto in Beethoven diventa metafora.
Tanto da avvicinarsi più al modello della tragedia greca trasformando i due amanti, Leonore e Florestan, in una Ifigenia ed un Prometeo proiettati nella storia.
Colloco, quindi, Fidelio in una dimensione che rivela un mondo di ideali che pone domande senza dare risposte.
Un mondo dove l’incontro tra l’uomo e l’arte apre nuovi percorsi che determinano un reale cambiamento.
Uno spazio che da reale diventa assoluto.
Uno spazio che si libera degli accessori della storia.
Uno spazio di luce come metafora della vita.
Un cammino che porta l’uomo dal buio alla luce, come viaggio di conoscenza e di rinnovamento.
Un mondo dove trionfa l’uomo, la sua volontà, la sua passione.
Al di sopra di tutto. Soprattutto della politica.
Dove la salvezza non arriva da un deus ex machina, ma da se stessi attraverso la musica.
La musica salverà il mondo.
La musica come strumento per cambiare l’uomo e per riscoprire il valore della giustizia umana come fondamento di uno stato civile.
Un mio particolare ringraziamento all’eclettico artista catalano Frederic Amat per aver aderito, con la sua partecipazione, a questa produzione. Il suo lavoro ha più volte toccato da vicino personaggi ed argomenti della Spagna post-franchista vittime della dittatura, come Federico Garcia Lorca.
Il “mio” Fidelio oggi
note di scenografia di Sabrina Cuccu
Il progetto registico di Marco Carniti, solido, nitido e lineare, supporta un’idea di scenografia contemporanea fatta di segni geometrici netti - verticali e orizzontali - di “macchine” che avanzano e arretrano, che salgono e scendono; elementi capaci di esprimere una dimensione atemporale, lontani da aspetti naturalistici.
Le quattro scene sono concepite come vere e proprie installazioni artistiche. Ho voluto esaltare la loro essenza teatrale, attraverso un percorso di ricerca ed ispirato dalle suggestioni, dai suggerimenti e dalle emozioni che, da sempre, mi hanno trasmesso le opere di artisti come Francis Bacon, Christian Boltanski e Sergej Michajlovic Ejzenstejn.
È una storia, questa di Fidelio, che si presta ad una lettura astratta del tempo, libera e liberata da qualsiasi connotazione storica, che si concentra sugli aspetti universali della condizione umana.
Nella mia idea visiva e scenografica, i canoni, le linee e le forme sono frutto di questa intuizione ed espressione di pensieri che devono essere utilizzati come strumento di riflessione.
I quadri (di scena) sono spesso enfatizzati da immagini video, improvvise e ravvicinate, a volte in movimento ed a volte statiche, fondamentali per arrivare a decodificare la mia visione del capolavoro di Ludwig van Beethoven.
Carta, metallo e materiali plastici, insieme al bianco e nero delle immagini (di Frederic Amat e Nick Arjolas), sono gli ingredienti che costituiscono la mia scena contemporanea, miscelati fino ad ottenere e sottolineare la sofferenza e solitudine dell’uomo, l’orrore di un’ingiustizia, il terrore della NON-libertà, il trionfo dell’amore, costringendo chi guarda ad infiniti rimandi.
Fidelio si “veste” così sul palcoscenico del Teatro Lirico di Cagliari fino al coro finale, eruzione, finalmente, di luce e colori che rivelano l’autentico valore della libertà, così come intuibile nel manifesto grafico dell’artista Frederic Amat, attraverso il virare dal bianco e nero verso il colore.
Note per i costumi di Beniamino Fadda
I costumi di scena per questo Fidelio sono pensati su cinque punti principali che seguono un criterio concettuale che deriva dalla creatività condivisa con il regista Marco Carniti.
Lo stile è prevalentemente astratto ed atemporale. La “storia” proiettata nel tempo fino al nostro contemporaneo. Anche la scelta dei materiali delinea un percorso drammaturgico che rappresenta un mondo di fragilità. Che è di tutti i personaggi. La precarietà. Che è anche di tutti noi.
Quindi dalla struttura del tessuto costruito tecnico, ad un materia assolutamente evanescente come la carta.
- Una “micro-famiglia” caratterizzata da un evidente realismo quotidiano.
- I prigionieri sono detenuti continuamente monitorati. Come un Guantanamo di oggi. Tessuti tecnici a tinte fluorescenti permettono di sottolineare la loro presenza come un mondo a sè. Che vive di una luce propria.
- Le donne, invece, rappresentano la fragilità di un mondo in attesa. La precarietà di una vita priva di affetti. Quindi fragile ed allo stesso tempo fossilizzata. Un mondo di carta che assume tinte alla Francis Bacon e ricorda la materia di Anselm Kiefer.
- Il “potere” è rappresentato da un mondo militare che è di tutti i tempi.
- Mentre i ruoli principali evocano una linea storica proiettata in un tempo indefinito, un NON tempo. Una storia che sopravvive a se stessa.
trama dell'opera
libretto dell'opera
Fidelio a Cagliari
Ludwig van Beethoven: biografia
Fidelio: guida all'ascolto
Fidelio: note di regia, scene, costumi
presentazione al pubblico
comunicato stampa
tempi di spettacolo
dalla prova alla prima
manifesto dell'opera
rassegna stampa